giovedì 30 giugno 2022

Capire per cambiare? Cambiare per capire.

 

Il CAMBIAMENTO. Capire per cambiare oppure cambiare qualcosa per capire sempre di più? Quando siamo davanti ad una condizione di blocco, la prima azione, la più immediata che mettiamo in atto è quella di pensare, di capire che cosa stia impedendo lo svolgimento fluido della situazione. E' normale, è inevitabile, è come se l'essere umano fosse programmato per cercare il perchè di certi stati. La squadra ha perso tre partite di fila... Perchè è successo? Perchè non ha funzionato? Così si comincia  a pensare dove  operare per invertire la rotta, cercando di trovare l'area di miglioramento... Tante volte però, il bandolo della matassa non si trova e proprio perchè ci si cristallizza in questo stato mentale. Non dobbiamo rimanere sorpresi da ciò perchè anche nella vita di tutti i giorni si verifiano queste situazioni. Un esempio? Il genitore che cerca di far capire al figlio del perchè abbia una performance scolastica non sufficiente. C'è un errore di fondo in tutto ciò ed è quello che si dia per scontato che capire qualcosa corrisponda poi ad un cambiamento nella realtà. Quante volte un atleta capisce che si alleni poco per avere un certo tipo di performance ma, pur sapendolo, non fa niente che andrebbe nella direzione del cambiamento? Quante volte un personaggio sportivo s'innervosisce in conferenza stampa dando una pessima immagine di se stesso ma pur riconoscendosi questa particolarità non fa niente per esprimersi diversamente? Io, da Coach mi chiedo cosa possa celarsi dietro questo atto di autosabotaggio dell'essere umano che non gli permette il cambiamento. La risposta è semplice ma non banale, tante volte il solo capire non basta. La cognizione, parola che deriva dal verbo latino cognosco (con 'con' + gnōscō 'sapere'), il quale a sua volta è affine al verbo greco antico gignόsko, che significa 'io so' (sostantivo: gnόsis, conoscenza), può anche non bastare e può anche non funzionare. All'improvviso però, la squadra comincia a vincere, l'atleta inizia ad allenarsi con continuità e si resta sconcertati da questi cambiamenti improvvisi, quasi fortuiti. Ci si accorge di questa trasformazione non perchè si è "capito" ma perchè guardando il cammino si nota di un cambiamento prodotto da certe azioni, questo è il mio lavoro, far in modo che avvengano certe metamorfosi facendo poi eventualmente capire, ma anche no, i tanti perchè. Quindi "Non è capire per cambiare ma cambiare per capire". Cambiare qualche piccola cosa, qualche dettaglio in modo da produrre anche un leggero cambio di rotta, senza stravolgere niente, cercando di andare nella direzione dei piccoli passi. Piccoli passi? Certo, perchè in questo modo si potrà sempre correggere il tiro (senza fare danni) se il cambiamento non andasse nella direzione sperata. Stravolgere tutto potrebbe anche causare un grande danno e tutto ciò non ce lo possiamo permettere. Naturalmente i cambiamenti non vanno inseriti a caso ma seguendo delle logiche rigorose seppur flessibili.

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach -

mercoledì 18 maggio 2022

Ti prometto che...

Prendo spunto da un episodio che mi è capitato qualche settimana fa. Un dirigente di una nota sociètà mi ha contattato chiedendomi la disponibilità a voler collaborare con loro subito e per la prossima stagione agonistica con la conditio sine qua non della permanenza nella serie attuale della squadra. Praticamente voleva una certezza di un RISULTATO. Purtroppo nel coaching sportivo c'è  un impiego spropositato di questa parola ma ciò non dipende tanto dalla poca conoscenza della materia da parte di dirigenti, giornalisti e allenatori ma, molte volte, dal marketing spinto proprio di alcuni Mental Coach che promettono, promettono tanto, commettendo, a mio parere, un errore metodologico. Il problema quindi non è l'atleta che per sua natura punta sempre al risultato e lo fa allenandosi costantemente ma è il professionista che promette e si focalizza SOLO su questo. Il movimento sportivo è sicuramente guidato dai risultati ma un Mental Coach non può lavorare nello specifico su un obiettivo del genere, dovrà agire su altri aspetti che andranno a interagire e talvolta ad integrarsi con tutta una serie di altri fattori che porteranno con molte più possibilità al RISULTATO. Nello sport e questo lo dobbiamo sempre ricordare, il focus è sulla PERFORMANCE e il RISULTATO è una conseguenza di essa. Personalmente ho sempre parlato (agli atleti, agli allenatori ma anche ai dirigenti) di provare a lavorare sul performare meglio. Provare? Certo perchè si può anche non riuscire nell'intento e questo per onestà intellettuale devo dirlo. Non si tratta di essere peggiore o migliore di qualcun altro  ma, semplicemente cercar di trovare l'efficacia nella specifica performance sportiva. Sul mio sito mi sono permesso di far mia una frase di Timothy W. Gallwey:" L'avversario che esiste nella nostra mente è molto più forte di quello che esiste nella realtà" ma ho aggiunto:" E' vero ma non sempre". Siamo sicuri che la mente possa essere un avversario? Siamo sicuri di poterne avere la meglio? Qui qualche Coach ma anche tanti altri commettono alcuni errori: vedere la mente come avversario e promettere di sconfiggere questo nemico che la mente stessa in qualche maniera ha contribuito a creare. Abbiamo visto che PERFORMARE in un certo modo può portare al RISULTATO ma la performance è formata da tanti tipi di PRESTAZIONI. Faccio un pò di chiarezza, abbiamo: prestazione casuale, prestazione volontaria e risultati. La prestazione casuale è quella non voluta (un tiro fortunoso che finisce all'incrocio dei pali). Gli albi d'oro sono pieni di prestazioni casuali che poi sono tali fino a un certo punto perchè gli atleti sono comunque persone che si allenano. Da Mental Coach Sportivo non potrò focalizzarmi su questo tipo  di eventi. La prestazione volontaria invece è quella per cui l'atleta riesce a performare nel modo per cui ha pianificato il tutto, mettendo insieme: tecnica, tattica, strategia e supporto del mio lavoro . Infine ci sono i risultati che sono l'incrocio di più prestazioni: casuali e volontarie. Ciò vuol dire che comunque l'atleta si misurerà con altri protagonisti che avranno anche loro i loro incroci, quindi potrebbe vincere facendo una prestazione in tono minore oppure non vincere facendo il suo record personale perchè tutto è anche circostanziale. Ecco perchè da Coach non potrò mai promettere un risultato ma lavorare in modo che la prestazione diventi volontaria e migliorarla, in questa ottica si aumentano le probabilità di un risultato eccellente. La PERFORMANCE sportiva è composta da tante componenti, alcune gestite direttamente dal Mental Coach e altre incece no.
Quelle non gestite dal Mental Coach Sportivo sono: 
  • Performance atletica;
  • Performance tecnica;
  • Performance tattico strategica.
Questi tipi di performance potrebbero essere sotto il controllo del Mental Coach ma solo se questi avesse i titoli e l'incarico per farlo.

Le Performance gestite dal Mental Coach Sportivo sono:

  • Performance mentale. Come l'atleta usa la propria mente, non considerando solo i flussi di pensiero ma anche la capacità di gestire focus e defocus;
  • Performance Emotiva. La gestione dei carichi emotivi: prima, durante e dopo la performance; 
  • Performance relazionale/comunicativa. Ha la sua centralità negli sport di squadra.
Concludo:

Un Mental Coach Sportivo non potrà mai promettere un risutato perchè questi è la risultante di tantissime variabili e circostanze ma potrà fornire agli atleti gli strumenti capaci di fargli superare le eventuali difficoltà: prima, dopo e durante la performance. 

Questo ho riferito al mio interlocutore qualche settimana fa e, alla sua insistenza, ho declinato l'invito a collaborare con loro. Spero comunque vivamente che la squadra raggiunga la tanto desiderata salvezza. 

Ciro Di Palma -Sport Mental Coach -

venerdì 1 aprile 2022

Paura, ansia e attacchi di panico...

 


Sarò molto sintetico. Cosa dovrei fare se un atleta mi riportasse come problemi: PAURA, ANSIA, ATTACCHI DI PANICO e
 la presenza di sintomi che connoterebbero queste tre PATOLOGIE? Farei come sempre un indagine e se scoprissi che, non è come spesse volte accade, solo il timore del manifestarsi di una difficolta legata a una prestazione, a un evento o quant'altro, non potrei che concludere la sessione rimandandolo ad un altro professionista (psicoterapeuta, psicologo, etc). Poche chiacchiere amici, un Mental Coach si occupa di performance (blocco, sostegno e sviluppo) e non di malattie, la legge non lo permette. Chi lo fa è anche uno psicologo o uno psicoterapeuta, il resto è semplicemente... fuorilegge.

Lascio ad altri scrivere paginate sull'argomento... Io chiudo qui.

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach -

mercoledì 9 marzo 2022

Ho voglia però non cambio... Perchè?

Quando le cose non vanno bene, una delle prime azioni che una persona agisce, è riempirsi la testa di buoni propositi, sperando che la buona volontà possa poi bastare a superare il momento particolare. Con alcuni il gioco funziona ma con tanti, molti, troppi, così non avviene perchè entrano in gioco diverse variabili che fanno crollare il castello. Innumerevoli volte tutte queste mosse vengono messe in atto con l'idea che si stia operando nella maniera più corretta in assoluto. Facciamo due esempi, un allenatore che negli ultimi anni ha sempre vinto o lottato per farlo ma ultimamente fa fatica e la sua squadra o il suo atleta non riescono a performare a certi livelli. Inizia col pensare:"Magari cambio schema di gioco o gli allenamenti...". Ok, così farà. L'azione però, nell'immediato,  non porta i risultati auspicati e riprende i vecchi sistemi ritornando, dopo un pò  al punto di partenza. Lui ricambia ancora, pochissimi risultati sul breve e ancora daccapo fin quando dimentica l'idea del voler fare le cose in modo differente. L'altro esempio è un atleta che ha una gara importante a cui partecipare, ha il suo programma di allenamento ma ha poca voglia di svolgerlo e procrastina sempre le sedute con l'idea di:"Poi domani recupero anche quello che non ho fatto oggi...". Il tempo passa e si chiede del perchè non svolga bene le attività. Da una lettura veloce e semplicistica si potrebbe dedurre (magari sbagliando) che l'allenatore sia una persona che nella realtà non abbia voglia di cambiare, che manchi di volontà e che l'atleta sia una persona senza motivazione e che rinvii sempre "i compiti" da fare. Quello che accade nella realtà è che, per entrambi, entrano in gioco alcuni aspetti della mente che sono ingannatori (ciò non ha nulla a che fare con l'intelligenza della persone in oggetto). Da Coach, dovrò riuscire anche a vedere oltre la mancanza di volonta e/o di motivazione e potrei agire in modo non razionale, evitando la logica della linearità per cui:" Se io parlo, tu ascolti e se ascolti, metti in pratica...". Perchè l'allenatore e l'atleta agiscono in quel modo?  Perchè ci sono tanti elementi che possono interferire col cambiamento, tra i quali:
  • Un sovraccarico di stimoli per la mente;
  • Pochi dati a disposizione per elaborare delle scelte o mettere in pratica delle azioni;
  • La premura;
  • Una stima che la mente fa per quanto riguarda le conseguenze o le situazioni sulla base delle proprie (e ripeto proprie) conoscenze;
  • Un processo di sintesi che riconosca nella frequenza di certi comportamenti o in azioni già compiute, le mosse da mettere in atto. 
Facciamo attenzione però che specialmente gli ultimi due punti, tante volte vengono costruiti dal cervello stesso che poi li interpreta a come vuole oppure nel modo a lui più congeniale, talvolta sbagliando.
Tante volte, la volontà della mente si lascia condizionare dal momento particolare che l'allenatore o l'atleta stanno vivendo, quindi guardano in una sola direzione e per lo più offuscata, starà quindi al Coach offrirgli degli altri punti di vista. Da non sottovalutare anche l'eccesso di fiducia nelle proprie capacità che una persona ha nella messa in pratica del cambiamento, qui il rischio è quello che si sottovalutino alcuni fattori, all'apparenza minori ma che possano rivelarsi cardini. Anche la zona di confort può interferire con la voglia di cambiamento facendo avere alle persone una  visione distorta della realtà. Da Coach, un buon lavoro di ricerca e di piccole azioni da far compiere per generare più o meno ma anche no dei cambiamenti può aiutare nell'impresa di venire a capo di certe situazioni.

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach - 



lunedì 31 gennaio 2022

Albert Mehrabian, in tanti ne parlano, in pochi lo "approfondiscono".

Dall'ultimo mio scritto "Ti guardo e ho capito!!!" ... Si, ma, forse..., ho ricevuto tanti messaggi da parte di molte persone che mi hanno accusato di non aver tenuto conto, per quanto riguarda la Comunicazione Non Verbale, dello studio di Albert Mehrabian, il quale (scrivono loro), afferma che la comunicazione è formata dal: 55% dal linguaggio del corpo, 38% dal paraverbale e 7% dal verbale.


Purtroppo, devo dire a questi amici, che il lavoro dello psicologo statunitense è stato divulgato e riportato male. Semplicemente perchè lo studioso circa cinquant'anni fa, dimostrò che era l'EFFICACIA e non la quantità della comunicazione ad essere influenzata dai tre canali e nelle percentuali a cui prima facevano riferimento. Faccio un semplice esempio per smontare l'errore dei lettori che mi hanno scritto. Se facessi un discorso di cui solo il 7% formato da parole e il restante 93% da gesti e movimenti, sfido chiunque a capire di cosa abbia parlato in quel 93%... 

Per capire  meglio, riassumo in questi punti:

  • Le percentuali non sono relative alla quantità di informazioni;
  • Le percentuali non sono relative alla qualità delle informazioni;
  • Le percentuali indicano i diversi livelli di influenza sull'efficacia del messaggio;
  • Fare attenzione però che le percentuali sono valide se uno dei tre canali dovesse essere incongruente rispetto agli altri;
  • Le percentuali sono valide solo sulle comunicazioni a valenza emotiva.
(Questi punti riassuntivi sono tratti da schede Fym, scuola coaching e formazione).

Spero di essere stato chiaro del perchè non abbia citato lo studioso a stelle e strisce nello scorso articolo.

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach -

giovedì 13 gennaio 2022

"Ti guardo e ho capito!!!"... Si, forse, ma...

Prendo spunto dai discorsi nati dopo l'intervista che Romelu Lukaku ha concesso a Sky qualche giorno fa, nella quale il calciatore ha dichiarato la sua voglia di ritornare all'Inter, sua ex squadra e di essersi pentito dall'essere andato via nella maniera che i tifosi nerazzurri ben conoscono. In seguito a questo intervento televisivo si sono scatenati in diversi: sul web, sulla carta stampata, in tv, ecc... Tutti hanno cercato delle verità nascoste dietro la comunicazione verbale e non del belga, creando poi delle loro certezze più o meno reali e più o meno discutibili.

Non voglio entrare nello specifico di quello che si è visto nell'incontro tra il giornalista e l'attaccante ma preferisco parlare più in generale e a grandi linee della comunicazione  non verbale.

Il primo assioma della pragmatica della comunicazione umana, c'insegna che non si può non comunicare in quanto anche stando in silenzo, ogni gesto, ogni movimento è un atto comunicativo. Faccio un esempio: Una persona che difronte a noi, in treno, prenda il telefonino e inizi a giocare, non è che non comunichi, probabilmente ci sta dicendo che non ha voglia di farlo.

Il corpo nella maggior parte dei casi esprime sempre la verità ma sta noi riuscire a capire cosa indicano i segnali. Un fattore importante però è dire che non esistono segnali inequivocabili che indichino un qualcosa, per esempio:" Ha guardato in giù, allora non vuole il confronto o dice una bugia", "Mi sta fissando, racconta la verità". Leggendo Ekman possiamo vedere che uno stesso segnale può avere diversi significati. Una persona potrà dare, nello specifico dei segnali di paura  magari perchè ha timore o di non essere creduto oppure di essere scoperto, allora starà a noi far attenzione a non recepirli, elaborarli e spiegarli in un senso o nell'altro a seconda dei nostri convincimenti.
In tantissimi e ciò è accaduto anche dopo l'intervista al calciatore belga, interpretano i vari segnali del corpo commettendo un piccolo ma fondamentale errore: NON TENGONO CONTO DELLA LINEA BASE e cioè di tutti quei movimenti che sono propri della persona e che difficilmente possono risaltare all'occhio dalla visione di un singolo filmato o di una sola sessione di coaching.
Non dimentichiamo mai che il fulcro della comunicazione è la parola; i gesti, i movimenti del corpo ci ricordano solo che è anche utile concentrarsi  su di loro per una maggiore comprensione dell'insieme.
La comunicazione non verbale può avere diverse funzioni:
  • Rinforzare un messaggio, cioè quando tutti i canali della comunicazione (linguaggio verbale, paraverbale e del corpo) convergono;
  • Contraddire un messaggio, quando uno dei tre canali va in direzione diversa rispetto agli altri due;
  • Sostituire un messaggio, quando il canale verbale  è surrogato dal paraverbale e dai gesti.
Concludo facendovi immaginare il nostro corpo che disegna nello spazio quello che vuole dire... Questa è la comunicazione analogica.

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach -

giovedì 4 novembre 2021

Le domande...


Una delle cose più importanti del mondo odierno è la comunicazione, allo stesso modo, in una sessione di coaching strategico, il comunicare e il come farlo sono i  pilastri del processo. Cosa ci sia alla base di questo procedimento non è una cosa astrusa, anzi... Provate a pensare a cosa possa essere, forza... E' semplicissimo a dirsi, un pò meno da mettere in pratica per ottenere dei risultati... Vi svelo l'arcano. LE DOMANDE. 

Il processo di convincimento più potente che un coach abbia a disposizione è semplicemente porre delle domande. Nei secoli, i quesiti hanno fatto in modo che ci evolvessimo, gli interrogativi  hanno portato a nuove scoperte. Una lettura semplicistica di ciò, farebbe affermare che avremmo  trovato la soluzione a tutti i casi di coaching, invece no, perchè le domande poste con certe modalità potrebbero anche non facilitare ma peggiorare in modo abnorme le cose. "Non sono le risposte a creare dei problemi ma sono le domande che le creano" (cit. Kant) ma sono le stesse domande però che portano alla soluzione. Nella quotidianità così come nelle sessioni di coaching, la qualità del rapporto è data anche dal tipo di domande e dal come vengono formulate. In un contesto del genere, anche il coach deve avere l'abilità di porre quesiti o magari di riformularli  nel caso in cui ricevesse una risposta che all'apparenza non gli fosse d'aiuto, al contempo facendo attenzione a non giudicarla. Un bravo Coach deve imparare a fare le domande con un certo criterio, con una determinata sequenza e forma fino a quando poi non gli diventerà spontaneo farlo. Gli interrogativi vanno posti strategicamente cioè devono avere un obiettivo da raggiungere. La distanza che intercorre tra la domanda e l'obiettivo è coperta dalla strategia. Le domande, sembrerà banale, devono essere poste in modo facile ma questo processo di semplificazione è difficile da compiersi perchè attraverso esso già si avvia un percorso di Problem Solving, quindi fare buone domande significa fare domande semplici, costruite bene e di facile comprensione. Ce ne sono di diversi tipi:

  • aperte. Sono quelle che lasciano al coachee ampio campo di risposta. Esempio: "Cos'è successo?"; "Cos'hai fatto per...?  Le domande aperte, generalmente vengono fatte all'inizio della sessione e servono anche per rompere il ghiaccio e creare relazione. 
  • chiuse. Sono quelle che ammettono come risposte solo: si o no. Esempio: "Ti sei allenato?", "Hai parlato col Mister?". Questo, è un tipo di domanda che non amo tanto perchè può mettere in difficoltà il coachee e può compromettere la relazione tra di noi.
  • alternativa di risposta. Sono quelle che in qualche modo avviano, in parte, il coachee verso la risposta pur lasciandogli la piena autonomia nel farlo. Esempio: "Quell'azione, ti capita di farla in allenamento o solo in partita?". "Protesti verso l'arbitro quando subisci fallo tu oppure anche quando sono i tuoi compagni di squadra a riceverli?". 
Lo comunicazione è come una danza tra domanda e risposta (cit. prof. Nardone). Io aggiungo che una danza armoniosa prevede passi  studiati che diventano facili, quindi domande semplici e ben strutturate

Ciro Di Palma - Sport Mental Coach -